Ariano Irpino Regio Tratturo & Friends. Alex Giordano: l'amicizia è una questione politica
Ariano Irpino Regio Tratturo & Friends
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C'è una cosa che mi colpisce ogni volta che torno al Regio Tratturo & Friends.
Non è il paesaggio, pur magnifico. Non è il cibo, che pure racconta un territorio meglio di molte brochure. Non è nemmeno la qualità delle persone che ogni anno si ritrovano ad Ariano Irpino.
È il tempo.
O meglio, il modo in cui il tempo viene costruito.
Viviamo in un'epoca che ha progressivamente smesso di distinguere l'accelerazione dalla direzione. Corriamo molto. Produciamo molto. Comunichiamo continuamente. Eppure non è affatto chiaro dove stiamo andando.
Per anni abbiamo pensato che aumentare le connessioni avrebbe prodotto automaticamente più relazioni. Che aumentare le informazioni avrebbe generato maggiore consapevolezza. Che ridurre le distanze avrebbe rafforzato la prossimità.
Sta accadendo anche il contrario.
Le occasioni di contatto aumentano mentre diminuiscono i luoghi nei quali è possibile sostare davvero. Le nostre vite sono attraversate da una quantità crescente di persone e da una quantità decrescente di incontri.
Per questo continuo a pensare che Regio Tratturo & Friends sia molto più di un festival.
È un dispositivo.
Un dispositivo che prova a intervenire su una delle ferite più profonde del presente.
La famiglia Di Rubbo lavora da anni su qualcosa che raramente viene nominato. Costruisce le condizioni dell'intensità.
L'intensità non si organizza. Non si compra. Non si programma.
Puoi soltanto preparare il terreno.
Puoi rallentare il ritmo.
Puoi creare occasioni nelle quali le persone non siano costrette a performare continuamente una versione di sé stesse.
Puoi fare in modo che una cena non sia soltanto una cena.
Che una passeggiata non sia soltanto una passeggiata.
Che una conversazione possa durare abbastanza da diventare qualcosa di diverso da uno scambio di opinioni.
È dentro questa cornice che ho vissuto l'aperitivo filosofico dedicato all'amicizia.
A prima vista potrebbe sembrare un tema leggero. Persino sentimentale.
In realtà l'amicizia è una questione politica nel senso più profondo del termine.
Perché ogni società, prima o poi, deve rispondere a una domanda fondamentale: che cosa tiene insieme persone diverse?
Seduti lì, mentre il sole scendeva lentamente dietro le colline irpine, mi sono accorto che le persone presenti avevano ben poco in comune.
C'erano contadini, professionisti, artisti, imprenditori, ricercatori, funzionari pubblici, giovani appena affacciati al mondo del lavoro e persone con decenni di esperienza alle spalle.
Provenienze diverse.
Storie diverse.
Visioni del mondo spesso diverse.
Eppure qualcosa teneva insieme quel mosaico provvisorio.
Non un'identità comune.
Non una appartenenza ideologica.
Nemmeno un accordo.
Forse una certa disponibilità reciproca.
Prof. Alex Giordano
La disponibilità a restare in ascolto senza pretendere che l'altro diventi una versione di noi stessi.
In chiusura, l'intervento di una giovane psicologa che era lì insieme a un gruppetto di giovani donne davvero in gamba mi ha fatto tornare in mente Derrida.
Non tanto per le risposte che proponeva, quanto per una domanda che attraversa le pagine di *Politiche dell'amicizia*.
È davvero amico chi ci assomiglia?
O l'amicizia comincia precisamente quando smettiamo di cercare il nostro riflesso negli altri?
Più ripensavo a quella discussione, più avevo la sensazione che il Regio Tratturo lavorasse da anni attorno a questa intuizione.
La famiglia Di Rubbo non costruisce una comunità di uguali.
Costruisce le condizioni affinché persone diverse possano sostare nello stesso luogo abbastanza a lungo da riconoscersi.
È una differenza enorme.
Le comunità costruite sull'identità tendono a chiudersi.
Quelle costruite sull'ospitalità restano inevitabilmente aperte, incompiute, talvolta persino contraddittorie.
Ma forse proprio per questo restano vive.
In una fase storica nella quale quasi tutte le infrastrutture sociali sembrano orientate a trasformare ogni differenza in polarizzazione, riuscire a creare luoghi nei quali le differenze possano restare differenze senza diventare ostilità è già un fatto politico.
Forse più politico di molte dichiarazioni pubbliche.
Ecco perché penso che il valore più interessante di Regio Tratturo & Friends non risieda nella celebrazione del territorio, né nel recupero di una tradizione.
La nostalgia non mi ha mai convinto molto.
Ciò che accade qui riguarda piuttosto la costruzione di profondità dentro una cultura che premia continuamente la superficie.
Profondità delle conversazioni.
Profondità delle relazioni.
Profondità del tempo.
Profondità persino del dissenso quando emerge.
Perché senza profondità non esiste amicizia.
Esistono contatti.
Esistono reti.
Esistono pubblici.
Esistono follower.
Ma l'amicizia richiede qualcosa di più scomodo.
Una certa esposizione.
Una certa vulnerabilità.
Una certa disponibilità a lasciarsi trasformare dall'incontro.
Non so se un festival possa produrre tutto questo.
Probabilmente sarebbe ingenuo pensarlo.
Ma forse non è nemmeno questo il punto.
Forse il punto è che esistono ancora luoghi nei quali qualcuno si assume la responsabilità di preparare il terreno.
Di custodire il fuoco.
Di rendere possibile ciò che altrove sembra sempre più raro.
Poi il resto dipende da noi.
Dalla nostra capacità di abitare questi spazi senza consumarli immediatamente.
Di attraversarli senza trasformarli in contenuto.
Di riconoscere che alcune delle cose più importanti della vita non accadono perché sono efficienti, ma proprio perché non lo sono.
Forse è questo che continuo a portarmi dietro tornando da Ariano.
L'idea che, mentre il mondo investe enormi risorse nell'aumentare la velocità delle connessioni, dovremmo ricominciare a investire sulla profondità delle relazioni.
E che, in fondo, le famiglie d'intenzione che periodicamente si ritrovano attorno a luoghi come l'Agriturismo Regio Tratturo - Ariano Irpino rappresentino molto più di una bella esperienza comunitaria.
Rappresentano una domanda aperta sul futuro.
Una domanda che riguarda il modo in cui sceglieremo di stare insieme nei prossimi anni.
Non chi siamo.
Non da dove veniamo.
Ma se saremo ancora capaci di riconoscerci senza doverci assomigliare.

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